Long Train Runnin’ – Epilogo

Prima di inziare, qui trovate la prima parte.
Adesso possiamo riprendere da dove avevamo lasciato.


Mentre sorvegliamo le suorine ginniche, il treno sfreccia veloce e imprendibile. Il Genio ha gli occhi chiusi, sembra dorma eppure sta in piedi. Si tiene appoggiandosi come può, dove può.
Cambia posizione, sposta il baricentro, si adatta e si riprende. Eppure dorme. Sembra una di quelle bamboline che stanno sempre in piedi, non importa come le colpisci, stanno sempre su. Mi ricordo che un giorno mi aveva detto che quello era uno dei suoi giochi preferiti, lui lo chiamava piccolo monaco rotondetto, Okiagari-kobōshi, lo so perché me lo sono scritto. Non sia mai che il Genio mi racconta una cosa e poi io me la dimentico. Aveva detto che con quello stesso principio funziona anche una bambola che si chiama Daruma, ma il resto della spiegazione me lo sono perso. Non perché non mi interessasse, avevo solo finito il foglio e non me lo sono segnato.
Ho le cuffie nelle orecchie e non sento nessuna musica. La musica è finita. Ci metto un po’ a capire di aver passato gli ultimi minuti ad ascoltare Il mio respiro. Mi faccio pena. Mi manca il cuore. Non sento i battiti. Solo un fruscio spesso. Respirare è come soffiare dentro il tubo di carta che sta dentro i rotoli di Scottex.
Il Genio, sempre lui, si era fissato che avrebbe conservato tutti i rotoli di cartone dentro lo Scottex e dentro la carta igienica. Appena poteva raccoglieva tutto ciò che gli capitava sotto mano. Aveva cominciato col riempire la sua valigia. Il Genio viaggia con la valigia. Una valigia di pelle. Pelle tenera che sembra ancora viva. Mi fa ribrezzo. Per questa cosa l’ho disprezzato molto. Poi mi ha detto che quella valigia è fatta con la pelle degli animali che trova schiacciati lungo la strada -quando il Genio non sta sul treno, lui viaggia per strada- che raccoglie e ripulisce e, dice lui, celebra donandogli nuova dignità. In quel momento, nel momento in cui me lo raccontava, ho desiderato che quella valigia fosse fatta con la pelle di un vitellino da latte ucciso a morsi piuttosto che con quella di povere bestioline già macellate e sventrate e poi umiliate dalla sapienza chirurgica di un omone che dorme come le bamboline che non cadono mai e stanno sempre in piedi. Poi mi sono ricordato che il Genio mente sempre. Per quanto mi riguarda, quella valigia può essere stata fatta con scorze d’arancia riciclate o con i trucioli di carta che si mettono dentro i pacchi, tutti abilmente intrecciati e subdolamente verniciati. In cuor mio, sono convinto che sia proprio così.
Sono passate ore, credo. Fuori è stato prima buio e poi è tornata la luce. Da qui non riesco a vedere, fuori, ma mi accorgo del tempo che passa dalle ombre sulla faccia del prete. Ho smesso anche di sorvegliarlo, lo guardo per controllare l’ora. Anche il proprietario della valigia su cui sono seduto non mi guarda più. Ogni tanto la porta automatica si apre. Qualcuno che va al cesso. Mi passa davanti e non so se lo fa per dovere o perché crede che io sia lì per vegliare sulla sua pipì, ma mi sorride.
Di solito, comunque, se ne fregano. Ne stanno arrivando un po’, si svegliano e devono pisciare. Arriva una donna, giovane, sulla trentina, con i pantaloni con taglio maschile e gli scarponi pesanti di pelle. Si è inibita e ha tirato dritto. Ha avuto paura perché ha visto il Genio. Il Genio mentre dorme.
Le persone ammiccano, sorridono e poi si infilano nel bagno. Io quando le porte si aprono guardo le facce della gente. Li immagino paonazzi sulla tazza, e poi provo a indovinarne il tipo di morte che gli capiterà.
Ogni persona che incontro, che ho incontrato, morirà. Prima o poi. E ognuna, lo farà in modo diverso, unico. L’ultimo pensiero delle persone deve essere per forza unico. Deve essere per forza il segno della motivazione che le ha tenute in piedi nella loro esistenza.
Quella ragazza con gli scarponi di pelle. Credo sia una di quelle persone che diventeranno vecchie e che moriranno semplicemente così, di vecchiaia; senza essere mai andate al bagno su un treno e senza aver fatto molte altre cose.
Intanto il treno scivola, sferragliando attraverso la campagna industriale. Il paradosso mi sembra divertente. Ha un qualcosa di militaresco. Il Genio dorme, altrimenti mi avrebbe spiegato lui tutto quanto.

La neve. C’è la neve e c’è il ghiaccio. È un velo sottile, trasparente, disteso davanti agli occhi. Una maglia finissima e leggera. Infila il silenzio tra i binari e le ruote del vagone. Ho ancora le cuffie nelle orecchie. Non ho fatto ripartire la musica. Me ne accorgo a tratti, della musica. O meglio, della sua assenza. Credo che questo fatto sia un segnale del mio torpore e del mio abbandono. Quando passo lungo le carrozze, lascio una scia profumata e disinfettata. Ormai non la sento neanche più e un po’ mi dispiace perché era uno dei miei odori preferiti.

Sta passando il controllore. Non ho mai capito perché il controllore passi sempre a quest’ora del mattino. Forse è perché la gente si addormenta e non ha modo di nascondersi al bagno. Al bagno adesso non c’è nessuno, lo sorveglio io. E sorveglio anche le suore e il prete, li sorveglio da ore. Dormono tutti. Il controllore li lascia dormire perché dà per scontato che abbiano il biglietto. Io penso che sia un bene che non abbia svegliato le suore. Quelle devono fare gli esercizi e, si sa, bisogna essere riposati prima di fare degli sforzi fisici.
Io, invece, non dormo da giorni. Non so se è colpa del movimento. Ho sentito di gente che non riesce a dormire se non sta su un treno. Davvero! Io no, io funziono al contrario. Menomale che c’è il Genio che dorme anche per me. Quando lui dorme, io sono tranquillo, mi riposa l’anima, ammesso che io ne abbia una.

C’è un ragazzo nella carrozza. Uno che sembra normale, che dorme con la testa appoggiata al vetro. È alto e lo schienale ergonomico non lo fa star comodo, si sposta in continuazione, sta col collo piegato da un lato, abbraccia il cappotto come fosse un peluche. Secondo me le cose ergonomiche non fanno mai stare comodo nessuno. Servono a far star comodo l’uomo medio che, in quanto frutto di un’approssimazione virtuale, non esiste. Mi alzo un attimo, per guardarlo da vicino.
Il controllore, trentacinque anni barra capelli rossi barra corpulento, lo sveglia. Il ragazzo non cambia espressione, sembra stia ancora dormendo nonostante gli occhi aperti. Sposta il foglio con il biglietto stampato che aveva poggiato sul tavolino davanti a sé, come per dire <eccolo, stava già qui il biglietto, era proprio necessario svegliarmi?>. Il controllore annuisce e prosegue. Mi passa di fianco -nel frattempo sono tornato al mio posto, sulla valigia-, dà uno sguardo ai bagni, io lo rassicuro chiudendo leggermente gli occhi. Non so se abbia capito o no il mio segnale, comunque prosegue, senza curarsi del Genio.
Il Genio dorme ancora e io comincio a sentirmi solo. Un pochino mi annoio anche. C’è la sua valigia e mi ha detto che non ci tiene più i rotoli di carta igienica finiti, forse ha mentito, ma forse non lo ha fatto. Sono curioso e vorrei aprirla. <Genio? Genio?> non mi sente. <Che cosa hai nella valigia, Genio?> non mi sente.
Io la apro lo stesso.

È stata una notte lunga, mi ha svegliato il controllore. Davanti a me ho trovato l’addetto all’igiene del treno che mi fissava. Ha una tuta gialla ma si comportava come se ce l’avesse rossa. Non chiedetemi come faccio a capire che si comporta come se avesse una tuta rossa. Io non lo so. È un fatto di sensazioni. Uno con la tuta rossa si comporta in modo diverso da uno con la tuta gialla, tutto qui.
Stamattina, è mattina vero?, ho un po’ di morte dentro e ho anche male alla pancia. Sento i pizzichi nelle budella. Come un taglio alla gola e il sangue che mi scivola lungo il collo. Mi tocco con una mano e mi guardo le dita. Non c’è sangue, solo piccoli cristalli riflessi nel sudore e il duro dei calli screpolati di freddo.
Vedo l’addetto all’igiene che apre la sua valigia. Parla da solo, penso sia colpa dei prodotti chimici: dopo un po’ ti fottono il cervello. Quando parla, alza lo sguardo e poi dondola un po’ la testa, come se seguisse delle parole che gli oscillano davanti agli occhi. Ha le cuffie, magari canta. No, sembra proprio che voglia attirare l’attenzione di un qualcosa che gli sta davanti ma, davanti, non c’è niente.
Apre completamente la valigia, la distende al centro della carrozza. C’è una vasca con delle trote. Si sente lo sciabordio innevato dell’acqua.
C’è un caravan nella vasca delle trote. Le trote si inseguono e provano a danzare. Provano a strofinarsi le une alle altre in cerca di un piacere bagnato e pescioso. Le sento nell’acqua torbida che mi scorre nelle orecchie, attraverso il cranio. Le trote hanno occhi, squame, branchie e sono fluorescenti e stanno morendo. Le trote hanno la barba che pende liscia e che fluttua dalle loro pance. I peli tracciano solchi nella sabbia.
Il caravan ha una tenda da circo e delle lanterne e molti lustrini. Le belve feroci sono nelle gabbie. Una giraffa prende il caffè, il domatore accarezza un pinguino. Il mangiatore di fuoco e di spade prende lezioni di danza dalla figlia del lanciatore di coltelli.
Le bestie feroci sono nelle gabbie e le gabbie sono attorno alla vasca. La vasca è nelle gabbie. Gli animali feroci sono liberi nella vasca, attorno al Caravan e osservano le trote. Tutti sono nelle gabbie. Le gabbie sono dentro la valigia. La valigia è sul treno.

Richiudo il bagaglio del Genio facendo attenzione a non bagnare a terra, sennò poi tocca a me pulire. Chiudo le fibbie con cura, le metto ben strette perché mi pare fossero così. Mi sento un po’ in colpa per aver ficcato il naso nelle cose del Genio senza averglielo chiesto. In realtà, ciò che più mi sta dando fastidio, è il non poter, in nessun modo, chiedere al Genio che cosa ci debba fare con una vasca di trote e, soprattutto, perché ci abbia messo dentro un circo. Ma tanto so già che mi direbbe una bugia. Il Genio mente sempre.
Il Genio dondola e boccheggia. Assomiglia a una delle sue trote.
La ragazza con gli stivali si decide ed entra in bagno. Il bagno è sul treno, davanti alla valigia del Genio. Adesso sopra alla valigia del Genio ci sto io, con buona pace del proprietario ansioso della valigia su cui ero seduto prima.

Quando attraversava la strada, rallentava il passo al centro della carreggiata, fermandosi a sospirare mentre le sue pupille si strizzavano nei fari delle auto in arrivo.
Per il tempo di un paio di battiti restava lì, indeciso, sospeso, a irrigidire i muscoli e a piantare le suole delle scarpe dentro l’asfalto.
Preparandosi all’impatto aspettava che le auto rallentassero, che soffocassero il rumore dei loro motori nel buio. Poi andava avanti, proseguendo la camminata che, a uno sguardo poco attento, sarebbe sembrata del tutto normale.
Ogni giorno, tornando a casa, sulla banchina della stazione, si sforzava di arrivare a calpestare la linea gialla. Ci metteva la punta spaventata della scarpa e poi, pallido e tremante, si ritraeva spalle al muro. Con i polpastrelli pigiava sulle colonne che sostenevano la copertura del binario 7, cercando un appiglio, cercando una maniglia a cui potersi aggrappare.
Non si sarebbe mai gettato ma, ogni volta che arrivava il treno, sentiva la carne che si scuoteva in tumulti, il suo sangue che disegnava una striscia sopra i graffiti e se stesso che riusciva a vedersi, per l’ultima volta, macellato sui binari. Pensava che potesse esistere un uomo enorme che lo avrebbe raccolto, che lo avrebbe lavato e che, con la pazienza degli dèi, lo avrebbe spellato e stirato e trattato. S’immaginava a forma di valigia, a viaggiare su quello stesso treno che lo aveva ucciso.
Con questo in testa si mordeva la lingua e si conficcava le unghie nella carne. Il pensiero della propria morte lo nauseava, eppure l’annusare, anche se solo con la mente, quel dolore così intenso, gli alleggeriva il cervello.
Sentiva le trote che danzavano nello sciabordio dei pensieri. <Venite Signori, Venite! Comincia lo spettacolo>, diceva il domatore. E lentamente, in modo ordinato, le trote della sua testa entravano nel tendone del circo.
C’erano le luci e i trapezisti erano incredibilmente leggeri.



Una volta! Due volte!
Sempre il Daruma di rosso vestito
Incurante torna seduto!


Buon viaggio,
M.


About this entry