Yes, There Really Is A Kalamazoo [16]
B 3 di azzurro. Ore 5.25. Brilla il cielo di Kalamazoo contro i tetti perlacei di via Polaroid.
Sono atterrata da qualche ora, il Combo ha borbottato planando tra sobbalzi sul parcheggio velivolare nord. Abbiamo mostrato i documenti all’ingresso settentrionale, è stato veloce, è stato che la mia testa era altrove.
Nova voleva portarmi fino a casa, accompagnarmi, le ho chiesto di lasciarmi sola, le ho detto che preferivo camminare per conto mio. Una follia, dato che non dormo da troppo tempo, che ho mangiato poco. Dato che ho visto cose che la metà farebbero venire uno shock a chiunque qua a Kalamazoo.
Cammino da molto e ancora manca una graffa. Penso, non rifletto, e tengo lontane le immagini di Heron.
Poi, succede. Finisco lì con la mente e mi accorgo che è cambiata la mia concezione di “traumatico”. Una volta, traumatico era, in ordine:
6) Scoprire che ti hanno rubato qualcosa
“No, non può essere, l’avevo lasciata qui la borsa. Era qui! Ma no! Ma ti pare! Oddio, ma me l’hanno rubata?! Ma davvero?”
5) Avere un incidente lieve
bam! contro una vetrina della pasticceria mentre guardi le torte.
4) Essere lasciati a sorpresa
“Ma come mi lasci?! Sono incinta!”
3) Scoprire che la ragazza che stavi per lasciare è incinta
“Ma come sei incinta!?!”
2) Ricevere notizie della morte di qualcuno
con varie gradazioni di effetto traumatico in base al legame con il defunto: “nooo”, “nooooo”, “NOOO”, “NOOOOO”
1) Avere un incidente grave
BAM! contro una vetrata a 200 graffe orarie

Con le ultime cose successe a Heron, la classifica è cambiata:
6) Scoprire che l’ex del tuo miglior amico è una spia.
5) Finire paralizzati in una bolla gigante.
4) Temere di finire venduti al nemico da una persona amica.
3) Ritrovarsi il tettuccio aperto sopra la testa da ragni meccanici squarcia-guance.
2) Vedere la morte sulla faccia della persona a cui devi la vita e un bel po’ di altre cose.
1) Sapere che sta per arrivare la guerra.
In questi giorni, in cui ho perso il senso del tempo, ho acquistato la certezza su un fatto: la sopportazione del dolore è una roba plastica. È malleabile e è diversa da come uno se la immagina. Puoi fantasticare su come è perdere una persona cara e il solo pensiero può essere così intenso da farti venire da piangere, da farti credere che quel giorno, quando arriverà, non ce la farai a sopportarlo. E quando poi succede, scopri che sopravvivi, che la forza ce l’avevi, che nell’animo scorrono gli anticorpi come nel sangue.
Così, mentre cammino, mi accorgo che, in fondo, al contrario di quanto avrei potuto immaginare se solo avessi saputo prima quello che avrei vissuto, io non ho avuto un esaurimento nervoso, non mi sono caduti i capelli, non sono impazzita di fronte a nessuno degli episodi traumatici di cui sopra.
Ma ora, non lo so, non lo so come sarà perché la guerra, quella vera, non quella raccontata o letta o sentita, quella reale, arriva e chissà se voi avete un’idea di come è starci immersi. Come ci si sente davanti all’idea di una vulnerabilità costante, all’idea incessante che la fine possa piombarti sulla testa da un secondo all’altro. Chissà se, una volta dentro, ci si abitua.
Il pomeriggio in cui incontrai Nova e i mercenari, alla galleria, quando decidemmo di partire, loro erano qua a Kalamazoo per reclutare soldati non per l’Europa, ma per difendere noi.
«Perché –mi ha detto Nova durante il viaggio di ritorno– cittadini liberi che combattono per la propria libertà sono i soldati migliori».
Quando Nova doveva andare a parlare con Ivoria Roi e Fabulous O’Brien, quando mancavano poche ore alla nostra partenza, lo scopo era ultimare gli accordi con il governo tra Kalamazoo e il loro esercito, perché noi non ne abbiamo uno.
Quando dalle fabbriche arrivava l’odore del ferro, era il ferro delle armi, quello che stiamo forgiando contro Heron.
Quando Globus veniva manomesso, di mezzo c’era di sicuro questa storia.
Infine, quando quel giorno, al Consiglio, la Presidente chiarì che i Cercatori del Rock si sarebbero visti tagliare i fondi, tutto accadeva non per colpa mia.
Era solo che certe cose stavano diventando superflue. La priorità è investire in sopravvivenza, perché assoldare i mercenari costa, sviluppare nuovi sistemi di difesa e attacco costa, prepararsi a scardinare una società, un’economia, una civiltà costa. È qui che la cultura e il benessere soccombono di fronte alla priorità della resistenza.
“…war is declared and battle come down…”, cantano questo i Clash in una canzone che sta in archivio, al nostro ufficio. È una canzone che prende il titolo da una frase detta da un conduttore radiofonico durante una delle guerre più dure della storia pre-catastrofe, la seconda guerra mondiale. È l’ultima cosa che mi viene in mente prima di entrare in casa.
Lì, trovo Lyon, in sala, che sta usando il mio pannello multimediale. Mi corre incontro appena mi vede comparire sulla porta della stanza. Odora di vaniglia, la vaniglia del mio distributore creativo. Non si ribella neanche quando gli sbaciucchio la fronte.
Si affretta subito a dirmi che tutti a casa sono preoccupati per me, che non vedono l’ora di vedermi e parlarmi, eccetera. Io sto cercando solo di capire se in me c’è la forza di parlargli di cosa ho scoperto, di cosa sta per succedere. E se c’è, beh, me la toglie tutta, quella forza, quando mi confida che ha tante cose da raccontarmi, tipo che la squadra che tifa sta vincendo il campionato di palla vertigo, che se in accademia il professore questa volta non gli mette una alfa, beh, allora è sicuro che quelli là, quelli della scuola fanno di complotti contro di lui e poi che ha fatto arrabbiare la mamma a cena, l’altra sera, ruttando tre volte di seguito davanti alla nonna malata.
Mi racconta, entusiasta: «Dovevi vederla, era furiosa. “Smettila, smettila di fare queste cose schifose”. E io ridevo, dovevi starci Oslo, ti saresti divertita tanto. Ho spiegato che sono per una gestione liberale dei meccanismi corporali. Lei è stata zitta qualche secondo e poi ha concluso con una frase epica: “E allora, almeno smettila di guardarmi con quello sguardo pieno d’odio” Ahahahah!!! Lo guardo pieno d’odio! Ahahahah!!! ». Mia madre è il bersaglio preferito di tutte le provocazioni di mio fratello. Sono una coppia comica. Penso che lui le stia inconsapevolmente facendo ancora scontare di aver detto che era brutto il giorno in cui nacque.
Ad ogni modo, io non rido. In un’altra circostanza, lo farei. Lui se ne accorge, una parte di sé sa già che qualcosa non va. Ma non chiede spiegazioni e continua: «Ah. E poi, mi stavo dimenticando di dirti che c’è stata l’estrazione».
«Quale estrazione?», faccio io.
«Quella democratica. Quella che fanno ogni due anni», dice Lyon mentre si passa la mano sotto al naso raffreddato.
«Bene. Rotazione. C’è finito dentro qualcuno che conosciamo?»
«Tu. Sei nel Consiglio.»
Rispondo con il silenzio. Bella stronzata questa della Repubblica col sistema misto metà elettivo e metà a sorteggio.
«Che ficata! Ma ci pensi? Ma te li daranno i biglietti gratis per lo stadio? Li devi prendere, se te li danno. Li prendi per me. Li voglio, capito? Oh! Ci sei? A che stai pensando?»
«Niente. È che sono solo parecchio stanca», mento così e lui finge di crederci come, di fronte a una risposta simile, fanno tutte le persone che ti vogliono bene.
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- Pubblicato:
- marzo 7, 2010 / 6:44 pm
- Categoria:
- (i)stanza degli ospiti, dalla nostra inviata
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