Yes, There Really Is A Kalamazoo [17]
Probabilmente le rockstar erano affascinanti, magari avevano anche tante ragazze innamorate di loro. Schiere di ragazze. Eserciti. Forse molti di loro avevano iniziato a suonare solo per questo. Per le ragazze. Altri per una sola ragazza. Ma una buona parte aveva iniziato per averne tante e, magari, per trovarne una là in mezzo, una da amare, il giorno in cui tutte le altre sarebbero sembrate solo noiose perché da “tante” erano diventate semplicemente “troppe”.
Se fossi vissuta un secolo prima della fine, forse anche io ci sarei cascata, anche io avrei fatto la corte a una rockstar. Ma, se proprio devo dirvelo, di quelli in archivio, me ne piace solo uno. Robert Smith. Abbiamo dei video sul suo gruppo, i Cure, e lì lui si muove come un giocattolo per bambini, come un bambino. Munito di uno spropositato genio poetico, si vestiva e truccava e pettinava come un incubo. Ma in questo ci metteva la timidezza, l’imbarazzo, ci metteva sospiri, sussurri e saltelli, ci metteva che era un uomo gentile. Per questo, forse a lui la corte l’avrei fatta.
Scrisse una canzone che a me piace come pochissime altre. Su quando i ragazzi vengono lasciati e provano a riprendersi quello che è andato perso. C’è una virilità da proteggere ma poi qualcosa crolla davanti al peso della porta che si chiude. Gli occhi dei maschi che si riempiono di lacrime, la regola imparata da una vita che vuole che loro certe cose non le fanno, i ragazzi non piangono. In questo testo c’è la faticosa leggerezza dell’amore, c’è l’odore dell’adolescenza, c’è il ruolo nei sessi, mentre intorno alle parole, la musica spiega anche meglio che la regola dei boys don’t cry è una barzelletta, lo è per le ragazze come me e lo era di certo anche per Robert.
Neanche il mio migliore amico la considera rilevante questa regola, infatti, come si è visto, la disperazione, in certi casi, per lui non crea troppi ingombri a quella che quasi tutti amano chiamare “dignità”.
Arrivo a casa di Alexis e non c’è bisogno di bussare, lascia la porta aperta lui, si fida. Devo parlargli delle cose che so, di Berlin, di Rosen, della guerra.
Breve cronaca della solitudine.
Da quando non lavora più per il dipartimento Sperimentazione politico-sociale e, soprattutto, da quando è stato lasciato, Alexis sopravvive alle giornate in camera. Un dimenticatoio. Riduce le uscite all’indispensabile, si rotola tra fogli unti, impolverati, accartocciati. Scrive in frammenti di tempo, quelli che si sgombrano magicamente dall’apatia, per poi risprofondarci dentro, senza preavviso. Prima che partissi, aveva iniziato a mangiare di nuovo, ma le sue giornate non dipingono ancora quadri della felicità.
Sulla porta, dove sono ancora visibili i segni di quel giorno in cui perse la pazienza, ha scritto in bianco “Vi prego, disturbatemi”. Ma nessuno lo disturba, perché chi si avvicina si ritrova a parlare con uno che articola frasi minimaliste utili solo all’interazione base. Non so che effetto avranno le mie parole su di lui. Sarà un climax ascendente nella brutta notizia.
Quando entro, dopo aver bussato e non aver ottenuto risposta, lo trovo sdraiato sul pavimento, posizione supina.
Stringe il pugno destro inspirando, lo rilascia, espirando. Stringe il pugno sinistro inspirando, lo rilascia, espirando. Nel frattempo, bisbiglia: «Il mio braccio destro è pesante… Molto pesante» Pausa. «Il mio braccio sinistro è pesante… Molto pesante».
Poi si volta, sorride:
«Sei tu? O sei il tuo fantasma?»
«Io sono io e tu hai bisogno di aiuto. Che stai facendo?»
«Esercizi di rilassamento guidato per l’allentamento delle tensioni residue. Quando inspiro, penso “tensione”, quando espiro, penso “relax”. Non funziona», dice questo Alexis per poi sedersi e continuare: «Mi sei mancata molto…»
«Devo raccontarti cose che non faranno bene all’allentamento delle tue tensioni residue», gli dico mentre lo raggiungo sul pavimento.
«Per fortuna ho sonno. Non lo sai che il sonno rende tutto meno importante? Inizia tu, anche io ho cose da raccontarti.»
«Mi piace uno», borbotto nascondendo la faccia tra le dita.
«Ti piace uno?»
«Non mi può piacere uno?», rispondo abbassando di scatto le mani, risentita.
«È da un po’ che non ti sento dire che ti piace uno, tutto qua.»
«Anche io non me lo sento dire da un po’. Ma succede, per fortuna.»
Poi scoppia a ridere, come se la cosa non possa essere seria: «Beh, per fortuna… per sciagura, direi. E chi è? Un amico di Nova? Un mercenario? Ti sei innamorata di un mercenario?»
«Io non ho detto che mi sono innamorata. Ho detto che mi piace uno. È un militare di Heron.»
«Perché?»
«Perché è un militare di Heron? Perché ci è nato, ci vive a Heron»
«No, dico, perché? Perché cazzo un militare di Heron? Ma sei impazzita?»
«Non lo so. Alexis, quando penso a lui, quelli sono momenti che io sono così felice che vorrei restare sola. Non lo so perché è andata così, può bastare se dico che mi sembra qualcosa di totalmente diverso da quanto abbia visto finora?»
«Ci credo. È un militare. Di Heron.»
«Non parlo di questo. Parlo di cose che non si spiegano. Lui è speciale.»
Spalanca gli occhi e tra il disgusto e una risata mal contenuta mi fa: «Hai detto speciale.»
«No.»
«Sì, hai detto speciale. Non ne scappi. L’ho sentito. Speciale.»
«No. Sì, ok, forse l’ho detto.»
«Oh, cazzo. Cazzo. Speciale. Cazzo. Ok, a parte il fatto che ti sei fottuta il vocabolario, cosa che ci certifica un fatto: che sei credibile in quello che dici, cioè, che stai salutando il cervello, cioè, che ti stai innamorando; a parte tutto ciò, hai qualcosa di più, diciamo… di più consistente da dire a riguardo di questo… come si chiama?»
«Berlin.»
«Ecco, qualcosa da dichiarare che mi sia utile a capire per chi ti sei abbassata a tirar fuori una parola scema come speciale? Berlin, poi!, si chiama Berlin? Come una città sepolta? Come Oslo. È una cosa bizzarra questa…»
«Come un disco rock, non come una città. Comunque, a proposito e per tua informazione, ha una collezione immensa sul rock. E poi ha occhi giganti, verdi, all’ingiù.»
«Ah, beh, capisco…»
«È sarcasmo.»
«Una volta ti piaceva…»
«Mi piace ancora, non su di me. Che poi non lo sai che sarcasmo significa tagliare, mordere la carne di qualcuno. Ecco, fa male. Ad ogni modo, cosa devo dirti? Perché mi piace? Perché ogni limite in Berlin non ha a che fare con gli altri, ma con se stesso. Così va meglio?»
«Forse. Spiegati.»
«Non fa nulla per gli altri, a meno che il fare qualcosa per gli altri non coincida con qualcosa per sé.»
«Un egoista», taglia corto lui.
«No. – dico io, mentre mi rendo conto quanto sia difficile spiegare certe cose – Lui è uno che ha rispetto profondissimo dei suoi di sentimenti e della sua volontà. Se li tiene stretti, li conosce, è sfacciato persino nella timidezza.»
«Bell’ossimoro.»
«Lo so. In Berlin non c’è niente che non sia sfrontatamente puro, sgravato da ogni tipo di sovrastruttura inutile, dall’opinione altrui. È una cosa che stupisce, a me stupisce. Azioni e reazioni sono motivate da… non so come spiegarti… sono personalmente motivate, ha un coraggio unico in questo. Ecco perché mi piace. E poi, porta a spasso la malinconia e in mezzo ci infila un specie di… io direi che ci infila un amore autentico per la vita.»
«Ma pensa tu… e io che pensavo che a Heron fossero tutti degli stronzi armati che si divertono a sterminare popoli. Poca vita, molta morte.»
«Sarcasmo. Ancora. Ahi. Dicevo. No, nelle cose che ti ho detto, lui è diverso dal resto delle persone che conosco. E poi è diverso dagli altri che vivono a Heron.»
«Senti. Ok. Non so come dirtelo. Mi sta proprio sul cazzo che ti sei innamorata di un militare di Heron. E lo sai perché? Perché il tuo nuovo amico, insieme ai suoi amici, sono in guerra con noi. Ci hanno dichiarato guerra. Lo capisci?»
«Lo so, sono venuta qua anche per questo, per dirtelo. Non sapevo se già ne avevi avuto notizia. La mia famiglia non sembra saperlo e devo trovare il coraggio di dirglielo. Poi, mi hanno nominato nel Consiglio… stanno succedendo così tante cose… così in fretta… Comunque, Berlin non è uno di loro. Mi ha salvato la vita più di una volta, voleva venire qua e invece io l’ho lasciato lì, a difendersi da altri militari di Heron…»
«Ti credo, ti credo. Basta così, in fondo, uno che è riuscito a farti seppellire l’uso dignitoso della nostra lingua deve aver fatto qualcosa di buono, deve essere qualcosa di buono.»
A quel punto, rassicurata, appoggio la testa alla sua spalla e gli chiedo: «Come fai a sapere della guerra?»
«Ci sarà un comunicato ufficiale oggi», risponde lui, con voce irrigidita.
«Appunto, come fai a saperlo già?»
E qui, Alexis mi sospira appena e mi spiega che a Kalamazoo, da giorni si sente un’aria molto diversa da quella che abbiamo sempre respirato, i militari che si moltiplicano, si vedono velivoli e macchinari strani attraversare il cielo, c’è chi giura di aver visto molti tecnici lavorare al guscio di amido elettronico che protegge il nostro territorio, la sfera e tutto il quartiere della scienza sono un viavai continuo di ingegneri, fisici, matematici, consiglieri, eccetera. A parte questo, lui lo sa per certo, perché si è arruolato e da subito ha saputo che non si trattava di combattere nella vecchia Europa, ma qui, per noi. Io non ho niente da aggiungere e lui non si sforza di trovare spiegazioni convincenti. Ci stimiamo in fondo troppo per chiederne o doverne dare. Entrambi vorremmo piangere, parlare di come stia diventando tutto fragilissimo, all’improvviso, ma a malapena riusciamo a fare ipotesi su come andranno gli eventi nei prossimi giorni.
Poi, resta il fatto che rimarrebbe da rivelargli la questione Rosen = spia/clone. Se sto zitta, gli risparmio un dolore ulteriore. Se parlo, gli evito il rischio di trovarsi lei o una sua gemella davanti, nel bel mezzo della battaglia. Magari, gli faccio tagliare una volta per tutti i ponti con l’idealizzazione di una donna che è tutto fuorché qualcuno meritevole di un’idealizzazione. Voto per la seconda. Parlo. Ma appena termino il racconto, lui mi allontana di scatto, mi spinge, si scusa e poi mi prega di andarmene, mentre le sue labbra diventano bianche, quasi violacee, dure, l’una contro l’altra, come per trattenere una reazione di odio verso di me, forse verso di lei. O semplicemente verso qualcosa che non riusciamo più, né io, né lui, a infilare nei codici a cui eravamo abituati. Come se fosse troppo, come se gli eventi non fossero più dominabili, come un terremoto che non si placa, come una strada a senso unico forzati a percorrere, come se fosse sempre più impossibile andare avanti rimanendo uguali a prima.
About this entry
You’re currently reading “Yes, There Really Is A Kalamazoo [17],” an entry on The Walwian
- Pubblicato:
- marzo 16, 2010 / 10:18 pm
- Categoria:
- (i)stanza degli ospiti, dalla nostra inviata
- Etichette:
- 17, alexis, boys don't cry, cure, kalamazoo, oslo, valentina parasecolo





Ancora nessun commento
Jump to comment form | comment rss [?] | trackback uri [?]